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Saper vedere, andando oltre ciò che si vede.

È l’occhio il centro intorno al quale, e a partire dal quale, si svolge il percorso di creazione artistica e di ogni altra forma di progettazione e di comunicazione visiva.
Già dalla fase dell’ideazione di un’opera, l’attività visiva si concentra su osservare, analizzare, orientare e selezionare. Ogni progettazione è sempre finalizzata all’occhio e quindi alla vista che ne valuta la coerenza rispetto alle aspettative.
L’obiettivo di un’opera d’arte è quello di acquisire, per il fruitore, valore dal punto di vista estetico e funzionale.
L’occhio è quindi lo strumento fondamentale che dall’ideazione, passa per la realizzazione e arriva alla fruizione di ogni processo creativo, espressivo e progettuale di qualsiasi artefatto comunicativo.

Cosa vediamo?
L’occhio è naturalmente predisposto a svolgere la funzione di guidare i movimenti e le azioni di ogni essere vivente nel proprio ambiente di vita, a rilevare con immediatezza gli ostacoli e i pericoli, a individuare i cibi di cui nutrirsi, ecc..
L’occhio, programmato dalla natura a svolgere alla perfezione questi compiti, non è però un occhio adatto a disegnare.
Si chiama modo di vedere ecologico che non è adatto alle esigenze professionali ed espressive dei pittori e di chi lavora nella comunicazione visiva; queste professioni necessitano di competenze visive che si acquisiscono con metodi specifici e l’allenamento.
Ed è proprio l’abitudine a vedere in maniera ecologica o naturale che inibisce e frena l’apprendimento al modo vedere necessario per esprimere e comunicare.



Bisogna allora rieducarsi, Paul Valéry (1871–1945)dice: «Vi è una differenza immensa tra il vedere una cosa senza la matita in mano e vederla mentre la si disegna» vedere un oggetto come lo si vede abitualmente è estremamente diverso dal vedere un oggetto con l’intento di riprodurlo. Per esempio il bicchiere che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno, visto con l’intenzione di disegnarlo ci induce a osservazioni completamente diverse da quelle che facciamo quando lo vogliamo afferrare per bere.
Con un solo sguardo ne valutiamo peso, forma, dimensioni e capacità, ma l’occhio del disegnatore chiede di più, Valéry ci suggerisce di guardare il bicchiere con sguardo “straniero”, come se lo stessimo vedendo per la prima volta.
Se si disegna il bicchiere basandosi solo sugli aspetti “ecologici” non saremo in grado di disegnarlo correttamente, bisogna valutare invece il contesto in cui lo vediamo, la luce, la posizione relativa, l’orientamento, i riflessi, le trasparenze, che sono assolutamente determinanti per la rappresentazione. Bastano anche piccole variazioni di questi parametri per modificare interamente la raffigurazione.
«Il disegnatore deve distruggere l’abitudine a vedere le cose con lo sguardo quotidiano» consiglia Valéry.
«
Soltanto chi – dice Matisse – è disposto a compiere questo notevole sforzo di volontà, è animato da una forte determinazione: diversamente non riuscirà a “vedere” in modo espressivo e artistico».

Come insegnava Socrate non vediamo perché abbiamo gli occhi, ma abbiamo gli occhi “per vedere”: ciò che costituisce la condizione (la facoltà visiva) non va confusa col fine (la capacità di vedere).
Rudolf Arnheim, studioso e autore di testi fondamentali come Arte e percezione visiva, ne Il pensiero visivo spiega come la visione non sia affatto un processo passivo, né di seconda serie rispetto al pensiero discorsivo.
L’occhio non vede mai tutto quello che ha davanti, ma ciò che è necessario, vede solo quel che gli serve per capire dove si trova e cosa gli sta intorno, compie cioè continue selezioni, focalizza ciò che è costante nell’ambiente o ne costituisce l’aspetto essenziale; effettua delle deduzioni; compie completamenti e integrazioni tra ciò che appare e ciò che non si vede; anticipa e prevede ciò che vedremo girando la testa all’indietro o spostandosi più in là.
Arnheim conclude quindi che « non vi è differenza fondamentale, sotto questo aspetto tra ciò che accade quando una persona osserva direttamente il mondo e quando siede con gli occhi chiusi, e pensa (…) Percepire visivamente è pensare visivamente».

Quindi non esiste una differenza rilevante tra pensare e vedere?
Pensare e vedere non sono azioni scindibili: noi vediamo ciò che pensiamo e pensiamo ciò che vediamo. Si dice che il pittore “dipinge quello che vede”, ma non è così; è più corretto dire che il pittore “vede quello che dipinge”. Ogni artista vede qualcosa di diverso.

Vedere e disegnare
Johann Wolfgang Goethe (1749-1832) durante un viaggio in Italia. Il viaggio era finalizzato a capire se la sua attitudine al disegno, coltivata sin da ragazzo, fosse una vera vocazione alla pittura.
Incontrò gli artisti già affermati che operavano nel nostro paese. In quell’anno e mezzo produsse un numero di disegni incredibile. Alla fine si decise definitivamente per la poesia. Continuò comunque a disegnare per tutta la sua vita e scrisse moltissime osservazioni sul disegno e la pittura. Tra le sue riflessioni più significative rimane questa, in qualche modo sentenziosa: «soltanto ciò che ho disegnato ho veramente visto».
Anche Valéry sostiene che solo disegnando si riesce a vedere ciò che diversamente ci è precluso di vedere, perché la pratica del disegno pone come condizione “la distruzione della visione abituale”.
Konrad Fiedler (1841-1895) importantissimo filosofo e critico, sosteneva che «È sbagliato dire che tutti sanno vedere, e non tutti sanno disegnare: in questo modo si scindono le due cose come alcunché di differente, mentre si tratta solo di diversi stadi di una stessa attività».
Michelangelo, alle richieste dei giovani apprendisti di bottega di rivelare il segreto del saper disegnare, rispondeva che «Sa disegnare soltanto chi possiede la seste negli occhi», seste era il compasso utilizzato dagli scultori per prendere le dimensioni dalla bozza al blocco di marmo.
Michelangelo, ci dice ancora: “Mi metto a volte a pensare e ad immaginare, finché trovo che tra gli uomini non esiste più di una sola arte o scienza e questa è il disegnare… Dopo aver stimato tutto ciò che si fa in questa vita, troverete che ognuno sta, senza saperlo, disegnando questo mondo, così nel generare e produrre in esso nuove forme e figure, come nel vestire e nello sfoggiare vari abiti, come nell’edificare e occupare gli spazi con edifici dipinti e case, come nel coltivare i campi e lavorare secondo pittura e disegni le terre, come nel navigare i mari con le vele, come nel combattere e nell’ordinare legioni, ed infine nelle morti e nei funerali, insomma, in tutte le maggiori nostre operazioni, azioni e movimenti”.


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